sabato 9 gennaio 2010

Cavoli a merenda per disinformare
Cercasi pagliuzza disperatamente

Marco Travaglio Wanted"Condanna confermata, pena scontata. Rispetto agli otto mesi e 100 euro di multa rifilati in primo grado al giornalista Marco Travaglio (querelato da Cesare Previti), al processo d’appello celebrato ieri a Roma l’«ospite» fisso di Annozero si è visto ridurre la pena a soli mille euro di multa. La terza sezione penale presieduta dal giudice Maisto ha dunque parzialmente riformato la sentenza con una forte rideterminazione della pena, ridotta a multa (che è pur sempre una condanna e presuppone l’accertamento del reato di diffamazione a mezzo stampa). Per Travaglio resta la condanna, anche se l’interessato nel dare notizia alle agenzie di stampa parla di «annullamento» del verdetto di primo grado. Resta pure il risarcimento di 20mila euro dovuto a Previti."

"E resta la diffamazione, perché «la notizia - come scrisse nelle motivazioni il giudice di primo grado Roberta Di Gioia - così come riportata non risponde a verità»."

In pratica la sentenza è nuova e le motivazioni vecchie? Peccato che non funzioni proprio così. Le motivazioni della sentenza d'Appello devono ancora essere depositate, quindi dire "resta la diffamazione" riportando le motivazioni di Primo Grado è un pò una forzatura.

"Lo «sconto» in Corte d’appello per Travaglio arriva a poche ore dalle considerazioni, non certo benevole, dello stesso Travaglio, sugli «scontifici» delle Corti d’appello. Nel corso della trasmissione sui Rai2, subentrando a Santoro che a proposito della bomba di Reggio Calabria ipotizzava una rottura degli equilibri dovuti all’arrivo del nuovo procuratore e alla riorganizzazione degli uffici, Travaglio osservava: «Le Corti d’appello molto spesso sono degli scontifici rispetto ai primi gradi (Santoro annuisce), evidentemente questo procuratore generale carica un po’ più di prima i pg e quindi chiedono pene più alte o conferme alle pene di primo grado». Nemmeno 24 ore dopo a beneficiare dello «scontificio» d’appello è stato proprio lui."

E quindi??? Gli sconti di pena sono sempre legittimi e giustificati? Travaglio ha avuto uno sconto di pena quindi anche i boss mafiosi devono averlo? Così, a tavolino?
La consuetudine ormai consolidata dei media di trasmettere l'idea della giustizia come un mercato è decisamente deprorevole.

Le parole di Travaglio sono riportate in modo totalmente distaccato dal contesto della discussione.
Nel suo intervento ad Annozero Marco Travaglio si riferiva ad un dato di fatto: le sentenze di Appello per i boss mafiosi dell'ndrangheta spesso riducono di molto le pene per gli imputati rispetto al Primo Grado. Sicuramente in modo del tutto legittimo, non ci sono ad oggi elementi per sostenere il contrario, ma l'attentato alla Procura Generale di Reggio Calabria diviene per questo facilmente ricollegabile con la decisione di sostituire il Procuratore Generale. Qui il tema è la mafia.

Marco Travaglio è stato accusato di aver colpevolmente manipolato dichiarazioni del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio che coinvolgono l'avvocato Cesare Previti.
In un articolo pubblicato su l'Espresso il 3 ottobre 2002 Travaglio riassume i verbali delle dichiarazioni. Cesare Previti ha ritenuto il riassunto lesivo della sua immagine.
Ne è conseguito un processo per diffamazione. Qui il tema è l'informazione.

Se l'intento vuole essere quello di informare non si dovrebbe mettere sullo stesso piano il sospetto (pur non provato) di favoreggiamento alle attività mafiose con l'evoluzione di un procedimento che non c'entra nulla e ha ben altro peso.
"La legge è uguale per tutti" vorrebbe essere un concetto più profondo.

Breve promemoria:
Cesare Previti è stato condannato il 4 maggio 2006 per Corruzione a 6 anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La reclusione è stata però di pochi giorni, poichè Previti può beneficiare della legge ex-Cirielli, approvata quando era ancora parlamentare (!!!), che dispone la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni.
(Dispositivo della Sentenza)
(Dispositivo della Sentenza Imi-Sir)
L'Ordine degli Avvocati ha inoltre chiesto la radiazione di Cesare Previti dal proprio albo professionale.

La Replica di Marco Tavaglio:
"Purtroppo per il mio occhiuto censore, che ha trascorso le vacanze natalizie a strologare su inesistenti tagli all’intervista integrale a Paolo Borsellino distribuita con Il Fatto quotidiano, la sentenza di primo grado della giudice Roberta Di Gioia, quella in cui venivo condannato a 8 mesi di carcere più un paio di multe e ammende per avere nientemeno che diffamato Previti in un articolo del 2001 sull’Espresso, è stata appena devastata dalla Corte d’appello, che elimina la pena detentiva e lascia una multina di 1000 euro. Ora aspetto la motivazione e mi auguro che venga scritta da un giudice che abbia la più pallida idea di che cos’è un articolo di giornale: penso sia utile parlarne qui, visto che chi mette in dubbio la mia buona fede non ha mai fatto il giornalista in vita sua e non ha la più pallida idea di che cosa significhi fare il giornalista.
In quell’articolo riassumevo in un paio di paginette dell’Espresso alcune centinaia di pagine di verbali. Il pezzo fu poi tagliato in redazione perché lo spazio inizialmente assegnatomi era stato ridotto. Non potendo riportare integralmente il verbale del colonnello Riccio sulle riunioni tenute nello studio Taormina (nel quale compariva regolarmente e inspiegabilmente Previti), dovetti necessariamente sintetizzarne il contenuto. La sintesi non è piaciuta a Previti, che s’è ritenuto diffamato. Tesi soggettiva, ma legittima quanto la mia, che ritengo di non aver diffamato nessuno riportando un fatto vero, e cioè che Previti era presente due volte nello studio Taormina quando vi si tenevano certe riunioni. La giudice Di Gioia ha dato ragione a Previti, tesi anche la sua soggettiva ma legittima, ritenendo che quel che avevo scritto fosse talmente grave da meritare una pena detentiva di 8 mesi, roba da omicidio colposo. La Corte d’appello è stata di diverso parere, tesi soggettiva ma legittima.

Tutto questo per dire che il nostro mestiere è piuttosto rischioso, e fra i rischi del mestiere contempla le condanne per diffamazione, in assenza di una legge chiara che contempli la rettifica come esimente del reato di diffamazione (se Previti, anziché querelare, avesse mandato una lettera di rettifica, ovviamente l’avremmo pubblicata sull’Espresso). Tutto questo per dire che il fatto che io non abbia mai riportato, in 26 anni di carriera nei quali ho scritto circa 20 mila articoli e una trentina di libri e ho subìto oltre 200 denunce penali e civili, nessuna condanna penale definitiva per diffamazione, è non solo la prova che ho sempre cercato di verificare l’esattezza delle notizie, ma anche di una notevole fortuna: può sempre capitare che i giudici non capiscano, o capiscano male, o che interpretino soggettivamente un articolo in maniera distorta, salvi naturalmente i casi in cui il giornalista sbaglia, il che capita e di frequente. Io quando ho sbagliato l’ho sempre fatto in buona fede e, appena me ne sono accorto, ho rettificato prim’ancora che qualcuno mi chiedesse di farlo. Per questo mi incazzo, come ho fatto in questi giorni, quando qualcuno mi dà del manipolatore. Per la semplice ragione che so di non esserlo. Non ho mai replicato alle critiche, nemmeno alle più aspre e insultanti, che costellano i commenti di questo blog (voglioscendere.it, nda). Replico invece a chi mette in dubbio la mia onestà intellettuale e la mia buona fede, che sono l’unico patrimonio di cui dispongo. "
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